Perché Comunità San Benedetto
La nostra Comunità Pastorale mantiene il nome già scelto dal nucleo della comunità precedente e nasce quindi sotto la benedizione di San Benedetto.
Facciamo quindi nostre le parole pronunciate dal Papa all'inizio del suo Ministero nel prendere il nome del grande Santo, e nel ricordarci la sua esortazione: “Non anteporre nulla a Cristo”: “All’inizio del mio servizio come Successore di Pietro chiedo a San Benedetto di aiutarci a tenere ferma la centralità di Cristo nella nostra esistenza. Egli sia sempre al primo posto nei nostri pensieri e in ogni nostra attività".
E' ancora il Papa che ci insegna la grandezza di San Benedetto: “Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente.
E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo ‘Europa’”.
Un’opera grande nata nel silenzio. Benedetto nacque nella piccola città di Norcia verso il 480 d.C., in un periodo storico particolarmente difficile. Quattro anni prima (476) era formalmente finito l'Impero Romano d'occidente con la deposizione dell'ultimo imperatore Romolo Augustolo. Fu contemporaneo di Teodorico e ne vide fallire nel sangue l'ambizioso progetto di una pacifica convivenza con i Goti ed i Romani; poté assistere agli orrori della terribile guerra fra i Goti e i Bizantini per il predominio dell'Italia (535-553), guerra che lasciò desolato e spopolato il nostro paese tra stragi e pestilenze. Studente a Roma, appena ventenne Benedetto lascia gli studi “disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni che vivevano in modo dissoluto", e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva ”piacere a Dio solo”. Si ritira sui monti e vive per tre anni completamente solo in una grotta. Un periodo di solitudine con Dio, un tempo di maturazione per superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta. Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno. Soltanto dopo inizia a fondare i primi monasteri. Nella zona di Subiaco, organizzò un gruppo di monaci, suddiviso in dodici comunità di dodici monaci .Fra di essi vi erano giovani dell'aristocrazia romana, ma anche goti e figli di schiavi, gente umile e rozza: per tutti Benedetto era il maestro nella "scuola del divino servizio" (questa è la definizione che egli dà del monastero nella sua Regola). Così Benedetto gettava le basi di una unità tra barbari e latini molto profonda, perché fondata sulla fratellanza universale insegnata dal Vangelo. Allontanatosi da Subiaco, Benedetto si diresse a Cassino, sulla cui altura fondò, nel 529, il monastero di Montecassino destinato a diventare il più celebre in Europa. Là avvenne la sua morte, tra il 543 ed il 555 d.C., in una data che l'antica tradizione ha fissato al 21 Marzo.
La sua azione si basa sull’Ora et Labora: la preghiera è il fondamento di ogni sua attività: “Senza preghiera non c’è esperienza di Dio". Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni”. La Regola benedettina con le sue esigenze di ordine, di stabilità, di sapiente equilibrio fra preghiera e lavoro, si impose ben presto a tutto il monachesimo occidentale e fu seguita in tutti i monasteri europei.
Alle origini dell’Europa
Il cammino dell'Europa ebbe inizio con l'evangelizzazione delle popolazioni europee da parte della Chiesa. Crollato il mondo romano, nel dilagare della violenza barbarica, la Chiesa fu la grande forza storica che fece incontrare, chiamandole a nuova vita, realtà umane profondamente diverse. La creazione di centri di vita cristiana fu il metodo della evangelizzazione dei popoli barbarici. Fu il grande pontefice san Gregorio Magno il primo ad operare per la loro conversione, inviando dei monaci benedettini tra quelle popolazioni.
Sotto la guida dei monaci, queste popolazioni impararono a prosciugare le paludi, a disboscare le selve, a coltivare la terra, a tracciare nuove strade, a leggere ed a scrivere. Nei monasteri fiorirono le scuole della nuova Europa, nata dalla fusione tra romanesimo e germanesimo, mediate dal cristianesimo.
L'organizzazione benedettina fece sì che i monasteri fossero non solo centri di vita religiosa, ma anche centri di vita economica e culturale .La valorizzazione del lavoro, considerato come mezzo di elevazione dello spirito e perciò imposto a tutti come un dovere, portò ad una ripresa della bonifica del suolo e del lavoro dei campi in tempi in cui gran parte dell'Europa occidentale era incolta e spopolata. Ben presto intorno ai monasteri vennero a raggrupparsi contadini in cerca di protezione e, dietro l'esempio dei monaci, presero a dissodare le terre incolte. Rifiorirono così le culture della vite e dell'ulivo, da tempo abbandonate. Ripresero anche gli scambi commerciali. Il monastero divenne un centro presso cui si radunavano, in determinati giorni dell'anno, le popolazioni vicine per scambiarsi i loro prodotti; ben presto divenne il luogo in cui, sotto la protezione dell'abate, poté sorgere un vero e proprio mercato. Si moltiplicarono così nelle abbazie i mulini ad acqua ed officine di ogni genere (oleifici, concerie, tintorie, birrerie, formaggerie). Un altro importante contributo alla civiltà europea fu offerto dai monaci con la paziente trascrizione degli antichi scrittori. Si copiava soprattutto la Bibbia ed i testi dei grandi autori cristiani, ma anche storici, poeti, naturalisti ed autori di ogni genere del mondo antico trovarono ospitalità nelle biblioteche monastiche. Quello che il mondo moderno conosce della letteratura antica è dovuto in maniera quasi esclusiva all'opera di umili ed anonimi amanuensi.
I libri ricopiati con cura servivano ai monaci per la lettura e l'insegnamento: nacquero così le scuole.
Questi i motivi che fanno affermare al Papa, ricordando San Benedetto:
"Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, ‘un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità’ ".

La Parola del Parroco - dal giornalino "INSIEME" novembre - dicembre 2011
Natale in Silenzio, in Amore, in Speranza
Ecco sto alla porta e busso. Se uno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. (Apocalisse 3,20).
A Natale non è più l'uomo a bussare, è Dio stesso che bussa alla nostra porta. Bussa con tenerezza e dolcezza. Chiede permesso, anche se possiede le chiavi del mondo. Dio bussa in continuazione. Bussa, continua a bussare. Provocante, sorprendente, con il desiderio di comunicarci forza, luce, calore, inaudita speranza di vita eterna. Una Presenza certa che vuole farsi trovare. E' proprio così: non è Dio ad essere assente, siamo noi gli assenti.
In silenzio
Siamo così spesso altrove perché siamo invasi dalla fretta, dal rumore, dall'inutile.
Ci mancano calma, silenzio, preghiera. E' il silenzio che può cantare, che può ascoltare, che può trovare. Anche dove i segni sono incerti. Anche nella fatica del vedere e dello sperare. E' nel silenzio davanti al presepe che potremo gettarci nell'abbraccio di Dio. Lui aspetta e le sue braccia sono già aperte. In silenzio sarà Natale.
In amore
Siamo così spesso altrove perché a volte non vediamo altro che noi. E pensiamo di stare in piedi da soli. Ci mancano gratuità e sguardo verso l'altro. Non è questione di occhi, è questione di cuore .. Dì a qualcuno che sono qui: sono le parole di chi soffre. Sono le stesse parole di Dio, nascoste in queste. In amore, nella gratuità e nella solidarietà, sarà Natale.
In speranza
Siamo così spesso altrove perché le nostre sono speranze dal fiato corto. Perché spesso chiudiamo il nostro orizzonte e restiamo imprigionati nel qui, nell'ora. Perché spesso non sappiamo vedere oltre, sperare oltre. Anche se spesso la vita è davvero dura e gli occhi sono velati dalle lacrime. Ci mancano occhi di gufo e ali d'aquila. Il Dio cristiano deve nascere neonato per riazzerare ì conti degli uomini. Ogni neonato, nascendo, riazzera il tempo. Come ai venti, che tengono pulita l'aria, bisogna essere grati ai bambini che ci nascono, perché rendono vergini e terse le nostre parole. E bisogna ricambiarli con giustizia. Vedi un neonato e lo stupore, l'incanto ti prendono. Vedi un neonato e ti vien voglia di ricominciare con lui, per lui. Faresti qualunque cosa per lui. Un Dio neonato è il nostro. Per questo ho scelto come immagine natalizia per tutte le famiglie della Comunità Pastorale lo splendido dipinto del Giordano “Madonna con il Bambino e san Benedetto”: il neonato. Lui è il protagonista, Lui è il centro, Lui è la luce. Perché c'è Lui la speranza rinasce, come l'aurora dopo la notte. E si può sempre ricominciare. San Benedetto, nostro patrono, ci ricorda con forza: “Nulla anteporre a Cristo”. Solo Lui è la Speranza!
Nella speranza sarà Natale.
Per voi
Silenzio, amore, speranza: è quello che vi auguro dal profondo in questo nuovo, sempre nuovo, Natale.
don Daniele


La Parola del Parroco - dal giornalino "INSIEME" settembre - ottobre 2011
Un colpo d'ala

Per ricominciare insieme il nuovo anno pastorale mi sono lasciato illuminare, sollecitare e interrogare da una promettente immagine biblica. È un modo per augurare a tutti un buon inizio di settembre, quando tutto riprende il suo cammino, con un deciso colpo d’ala.
I ciottoli di Davide
A me pare che la parrocchia si possa oggi paragonare al povero Giona nel mare in tempesta.
Come Giona, la parrocchia ha ricevuto una missione da Dio e, come lui, è tentata di aver paura di fronte all’enormità della sua missione. Cerca perciò di sfuggirvi.
La parrocchia, dunque, fugge come Giona di fronte a Ninive, non affronta il problema nella sua gravità, non guarda a se stessa con realismo, nella sua povertà e pochezza, con quel coraggio che, invece, ha Davide nei riguardi di Golia. Da Giona impaurito nel mare a Davide coraggioso di fronte a Golia. Ecco l’itinerario che mi piacerebbe farvi percorrere. (card. Carlo Maria Martini)
Raccolgo e rilancio anch’io questo invito a superare i dubbi, ad abbandonare le reticenze nel cammino della Comunità Pastorale per abbracciare il coraggio di Davide. Sia nel costruirsi sempre più come bella comunità, sia nel compito“missionario” di annunciare a tutti – con la vita e con la parola – il Signore Crocefisso e Risorto, incredibile speranza per la vita, la bellezza dell’essere cristiani, la vita buona del Vangelo. Senza nessun intento “guerresco” propongo che come comunità si scelgano i “ciottoli” – come quelli che Davide ha scelto per combattere Golia – perché la comunità possa vivere in pienezza il
compito che le è affidato.
Ne ho in cuore almeno cinque su cui puntare: il nuovo consiglio pastorale che sarà eletto a ottobre e rimarrà in carica per quattro anni che spero proprio sarà – con laici giovani e adulti capaci, impegnati, creativi – il motore della comunità pastorale; la famiglia che troverà come speciale volano e rampa di lancio l’incontro mondiale che si terrà a Milano nel 2012 dal titolo “Famiglia: festa e lavoro;
i giovani, “una generazione cui narrare e testimoniare la forza, la bellezza, la giovinezza, la rilevanza umana della fede” con modalità, luoghi e occasioni da reinventare, come ci ha fatto intuire splendidamente la Giornata Mondiale della Gioventù di agosto a Madrid; l’abitare il territorio, in dialogo con la società civile, con una forte tensione verso la giustizia che rende ancora più vera ed efficace la solidarietà e la condivisione; la cultura che potrebbe andare da una competenza biblica, teologica e pastorale maggiore per tutti, al dar vita a luoghi per affrontare le questioni sociali ed ecclesiali più complesse e dibattute.
So bene quanto sia difficile la strada che siamo chiamati a percorrere! In questo anno nel quale mi sono trovato ad essere “pastore” di sei comunità non sono mancate le occasioni nelle quali dire “Meglio fuggire!”. Ciò che conta è che ormai siamo dentro un cammino, se pur complesso, di ubbidienza al Vescovo, accettato da me, dal nostro giovane vicario don Danilo, dai nostri due confratelli residenti con incarichi pastorali, don Adelio e don Cesare, dai disponibili e sempre accoglienti figli del prossimo grande santo della carità, il beato Luigi Guanella e da don Michele che condivide con noi questo servizio.
Credo non sia più possibile volgere il nostro sguardo all’indietro, al passato… il rischio è quello di rimanere impietriti, paralizzati, statue di sale… come la moglie di Lot nell’episodio narrato dalla Genesi (19,26): il rimpianto nostalgico di ciò che era e non è più è distruttivo e devastante.
Ci è chiesto di saper guardare avanti con decisione e sogni di futuro.
Da parte mia, amo da sempre le sfide e le avventure e insieme confido nei tanti doni, carismi e talenti, nella creatività, nel coraggio di ciascuno di noi.
E confido nell’opera sorprendente dello Spirito Santo che sa fare e farci fare grandi cose: È il segreto dello spirito fare: dei mattini giovani con delle vecchie sere; delle anime chiare con delle anime torbide; delle anime sorgenti con delle anime calanti; delle anime correnti con delle anime stagnanti.
(Charles Péguy)
Seguire lo Spirito Santo, fidarsi dello Spirito Santo ci permetterà uno splendido “colpo d’ala” in questo nuovo inizio di anno pastorale. Un colpo d’ala che, attraverso scelte impegnative e decisive, è caparra del futuro.
don Daniele


La Parola del Parroco - dal giornalino "INSIEME" luglio - agosto 2011
Signore, il nostro tempo e' in mano tua
Arrivo a scrivere questo mio articolo all’ultimo momento, mentre sto preparando tutto il necessario per le vacanze con i ragazzi. La Redazione ormai mi conosce e sa accettare questa mia tempistica speciale. Nelle tre sedi di Albizzate, Quinzano e Sumirago ho vissuto con 600 ragazzi, 100 animatori e tanti adulti collaboratori l’Oratorio Estivo 2011. Una avventura unica, bella e tuttavia piena di responsabilità e preoccupazioni. Sono state quattro settimane nelle quali riscoprire la Sapienza del cuore, imparando a contare i propri giorni e facendo la grande esperienza che ogni giornata è affidata alla mano provvidente del Signore.
Una giornata ... che cos'è una giornata nel corso di una vita? «Poca cosa» potrebbe rispondere qualcuno. «Una stupenda occasione da cogliere al volo e da vivere in pienezza» desidero rispondere io e con me tutti coloro che hanno vissuto questa magnifica esperienza insieme. I nostri giorni sono composti da minuti (esattamente 1440), alcuni più freschi, gustosi e più facilmente apprezzabili, altri più pesanti e quindi interminabili! La nostra giornata è scandita da momenti che hanno in sé valori e occasioni davvero importanti. Quante volte ci siamo sentiti dire dai nostri genitori e insegnanti: «il mattino ha l'oro in bocca, quindi vivilo bene!» oppure «l'uomo cresce di sera», perché la sera è il momento della pace, del riposo, della tenerezza familiare. Ogni momento della giornata è un'occasione di bene o di male, di senso o di vuoto! Le teste vuote, i cuori vuoti, il tempo vuoto ... sono tutte cose spaventose. L'esperienza che abbiamo proposto voleva essere un semplice suggeri­mento per vivere in pienezza ogni giornata. C'è bisogno di modelli alti a cui guardare: i santi sono sempre con noi, ogni giorno era dedicato ad un santo. Ma abbiamo voluto guardare ancora più in alto, a Colui che è la sorgente della Santità, a Colui che ha saputo vivere il suo tempo in pienezza: Gesù. I Vangeli sono costellati di indicazioni temporali che scandiscono le azioni del Signore: abbiamo scelto di partire dalla sua personale esperienza per essere illuminati nelle nostre azioni quotidiane. L'insegnamento più prezioso da condividere consiste nel non perdere le decine di occasioni che riempiono la nostra giornata. Dice un proverbio: «Non sprecare tempo perché il tempo non conosce retromarcia».
La giornata è vissuta in pienezza quando facciamo le cose con slancio, dunque con uno sguardo vigile su Dio su me e sugli altri. Pino Pellegrino, sacerdote e pedagogista, in un agile libretto sul senso del tempo afferma: «La vita non è questione di durata, ma di uso. Mille volte meglio un'ora vissuta intensamente che 24 ore spalmate di noia. Oggi troppi vivono con così tanta cautela da morire quasi nuovi di zecca». Nulla di più vero. Accompagnati dal luminoso esempio di Gesù, gustiamo la ricchezza che ogni giorno della nostra vita porta con sé. Buon tempo estivo!
Don Daniele

La Parola del Parroco - dal giornalino "INSIEME" maggio - giugno 2011
Il miracolo dell’amore
Per chi ama ed è amato, l'esistenza diventa bellissima. Essere innamorati è un sentimento meraviglioso, una specie di primavera del cuore. È trovarsi tra mille persone ed essere "inchiodati" a un'unica immagine. Perché l'amore è stupore, batticuore, fremito, riconoscenza, gratitudine per la presenza dell'altro, colto e accolto come dono. Perché l'amore è forza inaudita. Lo ridico spesso: chi è innamorato, ama ed è riamato, non incontra fiumi senza guado. Perché l'amore è uno sguardo nuovo, positivo e fecondo, sulla vita e le sue sfide, sulle persone.
Eppure oggi serpeggia una “strategia del sospetto” sull’amore, sulla coppia, sul matrimonio.
Alcuni sostengono che stiamo vivendo un passaggio epocale interpretato attraverso la chiave di lettura del “solido-liquido”.
Si dice che la “modernità solida” è quella che ci sta alle spalle: un mondo solido, forte, ricco di certezze.
La “modernità liquida” invece è la metafora del presente:
ci si sente molto più incerti, insicuri, più liberi e insieme più fragili. Anche i legami sono più fragili, volatili. Si va verso un uomo senza legami. Nella modernità liquida si vive l’ “amore liquido”: i legami affettivi diventano fragili, mutevoli, sempre in discussione. Di più, un impegno duraturo è vissuto come trappola, dipendenza, oppressione, come portatore di malinconia e di ipocrisia. La “strategia del sospetto” mette in luce quelle difficoltà che a poco a poco eroderanno il matrimonio, la famiglia. Sembrano davvero tempi bui. Non è raro sentir parlare di disinteresse per il matrimonio, di spavento per la convivenza, di follia per la fedeltà. A volte il matrimonio viene descritto come anacronistico, ridicolo. Si propone la cosiddetta coppia “light”, la coppia leggera perché si afferma che la monogamia non durerà in eterno, che sparirà anche come ideale. Da inguaribile sognatore e seminatore di testarde speranze, umane e cristiane, ritenendo simpaticamente che il light è ottimo per le diete ma non per l’amore continua ad affascinarmi il sogno di Gesù di Nazareth:
Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola. Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non separi. (Mt 19,5-6)
Questo è l’ideale evangelico proposto ai cristiani: un amore eterno, un amore per sempre. Per i cristiani il matrimonioè“essere una cosa sola, una carne sola per sempre”,è una buona notizia, è vangelo: è il sogno di Dio su ogni coppia.
Per questo la nostra parrocchia e la nostra comunità pastorale investono sempre nuove energie per la cura dell’itinerario in preparazione al matrimonio, per l’accompagnamento dei genitori che chiedono il Battesimo del loro figlio, per l’animazione dei gruppi familiari. In questo cammino, in questa scuola dell’Amore che è il fidanzamento prima e poi il Matrimonio, non si è lasciati soli. La Chiesa è sempre Madre e Maestra. “Una giovane coppia di sposi chiese al Maestro: Che cosa dobbiamo fare perché il nostro amore, il nostro matrimonio duri? La risposta del Maestro fu: Lasciate che Dio riempia il vostro amore”. Ai fidanzati che in questi mesi giungono alla celebrazione delle loro nozze e alle coppie di sposi che fanno festa per particolari anniversari di Matrimonio auguro dal profondo del cuore, con il sogno di Dio nel cuore, di diventare splendidi artisti in amore perché l’amore è come una tastiera, ha solo sette note, ma gli artisti ne sanno trarre centomila melodie …
don Daniele


La Parola del Parroco - dal giornalino "INSIEME" marzo - aprile 2011
La primavera del cuore Inizio questo mio articolo con le parole di un padre della Chiesa del IV secolo:
“Voi vi chiedete come mai i giovani crescendo si allontanino dalla Chiesa. Ma è naturale; è come nella caccia alla volpe, dove i cani che non l’hanno vista, prima o poi si stancano, rinunciano e tornano a casa; mentre quei pochi che hanno visto la volpe proseguiranno la loro caccia fino in fondo”.
Questa è la missione/vocazione di ogni adulto cristiano che appartiene alla Chiesa: far vedere la volpe ai giovani, far conoscere loro Gesù Cristo. E non solo ai giovani, ma a tutti noi è chiesto questo: conoscere e amare Gesù Cristo, vivere nel quotidiano il suo Vangelo. E la Quaresima che stiamo vivendo è proprio un’occasione propizia: è intraprendere un viaggio, un percorso che conduce all’incontro col Signore Crocefisso e Risorto;è un grande appello sempre nuovo, scomodo e insieme promettente, a verificare il nostro essere cristiani sulla Pasqua di Gesù e sul Vangelo. Intraprendere questo viaggio, rispondere a questo appello ci costruirà, ci darà una nuova forma, la forma di Gesù, ci spalancherà nuovi orizzonti, ci scolpirà come cristiani. È noto l’aneddoto che narra di Michelangelo, visitato nel suo atelier di scultore da papa Giulio II, mentre stava accanendosi contro un blocco di marmo.“Perché colpisci così forte?”, gli chiese il pontefice. Gli rispose Michelangelo:“Non vedete che c’è un angelo imprigionato in questo blocco di marmo? Io lavoro per liberarlo!”. E allora, lasciamoci “scolpire” e liberare dalla Quaresima ... In particolare vi invito a lasciarvi scolpire dalla Parola di Dio. Ascoltare, leggere, meditare la Parola; gustarla, amarla, celebrarla, viverla è l’itinerario su cui camminare in questi giorni di Quaresima. Possiamo essere certi che mettersi in ascolto della Sacra Scrittura ci fa sentire amati e ci fa capaci di amare. Ed è l’amore che si declina nelle sue varie forme - in casa e fuori casa, coi vicini e con i lontani, nelle diverse attività di volontariato, nelle sfide della giustizia - il luogo per incarnare la Parola che si ascolta, cambiando il cuore dell’uomo e la storia stessa. La Quaresima torna ogni anno con le sue domande e proposte forti e con la sua richiesta di risposte forti. Non la si può mai dare per scontata o invecchiata. Invita al silenzio, all’ascolto della Parola, alla preghiera, alla sobrietà, alla fraternità. Invita alla conversione del cuore, al rovesciamento di alcune prospettive. In un campo ho veduto una ghianda: sembrava così morta, inutile. E in primavera ho visto quella ghianda mettere radici e innalzarsi, giovane quercia verso il sole. Un miracolo, potresti dire: eppure questo miracolo si produce mille migliaia di volte nel sonno di ogni autunno e nella passione di ogni primavera. Perché non dovrebbe prodursi nel cuore dell'uomo? (Kahlil Gibran)
La Quaresima può essere la tua, la mia primavera …
don Daniele

“ Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo “
un giudizio cristiano sulla difficile situazione  dell’Italia. continua...

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
PER LA GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 2010

"la costruzione della comunione ecclesiale è la chiave della missione"
proposte della commissione missionaria di Albizzate - continua...


editoriale di luglio / agosto 2010
La risposta alle domande della vita.
L’11 giugno, solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù e Giornata mondiale della santificazione sacerdotale si è chiuso l’anno dedicato alle vocazioni sacerdotali.
Domenica 13 Giugno Don Daniele è stato invitato alla Prima Messa di Don Matteo, un ragazzo di Appiano Gentile che ha maturato la propria vocazione al sacerdozio sotto la sua guida. Riportiamo l’omelia di Don Daniele che ci aiuta a meglio comprendere il senso della nostra personale vocazione.
“Don! La predica della mia Prima Messa è tua”. Carissimo don Matteo, con queste parole, cariche di affetto e di fiducia, mi affidavi questo compito. Da quella sera, eravamo a marzo, ho avvertito la responsabilità di corrispondere al meglio a questa tua richiesta. Mi sono confrontato con preti già rodati nell’accompagnare i giovani confratelli in questo momento così bello ed affascinante. Ho ascoltato tanti fedeli laici che vogliono bene ai loro preti e condividono la passione per la Chiesa e per il mondo. Alla fine mi sono detto: come sempre, come ogni giorno, affidiamoci alla Parola di Dio proclamata nella liturgia. Effettivamente i testi di questa Terza domenica dopo Pentecoste sono un pò ruvidi e devo confessare che sono stato “tentato” di cambiarli. Mi sono però ricordato una regola spirituale che il cardinal Martini ha sempre seguito e continua a consigliare consigliare: non sottomettiamo la Parola di Dio ai nostri progetti, ai nostri scopi, pur nobili. La Parola di Dio proclamata nella Chiesa è il progetto di Dio per la nostra vita, per la felicità della nostra vita. A questa Parola dobbiamo affidarci.
Mi soffermo sull’imponente testimonianza di Giuseppe, lo sposo di Maria. In sogno, dall’angelo, Giuseppe viene accompagnato a riconoscere la bontà della volontà di Dio per la sua vita. Non si tratta di un incidente di percorso: quella maternità di Maria è divina e questo fatto che aveva generato nel suo cuore tante domande diventa una risposta, diventa una vocazione “tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”.
Nella vita ci sono fatti che sono domande e fatti che sono risposte. Per tutti c’è una sfida: saper ascoltare le domande e far tesoro delle risposte.
Giuseppe, l’uomo giusto, si è scontrato con la realtà, trovando proprio qui la risposta ai suoi dubbi, ai suoi perchè. Anche così il Signore Dio educa il suo popolo ed invita tutti i suoi figli ad aprirsi all’opera stupenda dello Spirito che continuamente ci libera dalle nostre schiavitù, in primo luogo quella del peccato, e ricrea sul nostro volto i lineamenti del volto del Figlio prediletto, Gesù Cristo, nostro Signore e maestro, il nostro unico redentore.
Carissimi , pensando al dono dell’Ordinazione Presbiterale di don Matteo ed al suo essere qui in mezzo a noi a presiedere l’Eucaristia ritrovo qualcosa dello stile di Dio, nostro Padre, che ci parla a partire proprio dalla realtà e ci chiede di riporre in Lui, e soltanto in Lui, il segreto, il significato della nostra esistenza. Il fatto che Matteo da ieri mattina sia prete e prete per sempre suscita qualche domanda: Perchè questa scelta? Perchè impegnarsi così? Perchè imbarcarsi in questa avventura? Perchè mettersi al servizio di una istituzione, la Chiesa, sempre più sotto attacco? Perchè dire alcuni “no” importanti? Perchè? Queste domande non sono da accantonare. Queste domande vanno ascoltate, oggi più che in altri tempi. E questo è un compito che coinvolge tutti, adulti e giovani, uomini e donne, comunità cristiana intera e singolo credente. Attorno a noi c’è un grande bisogno di uomini e donne, innanzitutto uomini e innanzitutto donne, che, resi nuovi dall’incontro con il Signore Gesù, sappiano con la loro vita, con la concretezza della loro vita far nascere domande nella mente di tanti fratelli che sembrano aver perso il gusto di osare, di tendere in alto.
E sarà proprio questo dinamismo della testimonianza a dare la risposta giusta a quella domanda di senso che abita il nostro cuore, a quel desiderio di pienezza che ci mette in movimento perchè è dentro di noi, perchè ci costituisce nella nostra identità. E’ solo Gesù la risposta alle nostre domande. Solo dentro una vibrazione umana autentica possiamo conoscere Gesù e lasciarci affascinare da Lui, fino a dargli la vita per farLo incontrare agli altri. Diceva qualche anno fa l’allora cardinal Ratzinger: “Nell’uomo vi è una inestinguibile aspirazione nostalgica verso l’infinito. Nessuna delle risposte che si sono cercate è sufficiente; solo il Dio che si è reso finito per lacerare la nostra finitezza e condurla nell’ampiezza della sua infinità, è in grado di venire incontro alla domande del nostro essere”.
Ed è questa la risposta stupenda da accogliere nell’Ordinazione di don Matteo.
A chi se non al Dio di Gesù Cristo affidare la propria vita! Lui solo è fedele, Lui solo non si stanca dell’uomo, anzi continua a cercarlo anche dopo il peccato, dopo il tradimento, dopo il rinnegamento. A un Dio così è bello affidare la vita, con semplicità, con confidenza ma anche con serietà, quella serietà che nasce dalla consapevolezza che tutto è dono , tutto è grazia. Come non ascoltare a questo punto la testimonianza limpida del santa Curato d’Ars che parlava del sacerdozio come se non riuscisse a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati ad una creatura umana: “Oh come il prete è grande!... Se egli si comprendesse, morirebbe... Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia...”. Oggi noi facciamo festa con te. Guardandoti negli occhi vediamo tutta la gioia e lo stupore di chi, come Giuseppe e come Maria, ha risposto alla chiamata divina con l’eccomi di una vita. A tutti noi, fratelli nel sacerdozio, comunità parrocchiale, famigliari, mostra carissimo don Matteo, con la tua vita, con il tuo essere innanzitutto uomo, che Cristo è più grande di te, di noi, della sua stessa Chiesa che ami e desideri servire con gioia. Raccontaci con entusiasmo e fascino che solo Gesù è la risposta alle domande di una vita. Questo è ciò per cui sei stato Ordinato. Questo è ciò che ti auguriamo.
Buon cammino, carissimo amico e da ieri amato fratello nel sacerdozio.
Don Daniele
DIONIGI TETTAMANZI CARDINALE DI SANTA ROMANA CHIESA ARCIVESCOVO DI MILANO
Lettera alle comunità cristiane del Decanato di Gallarate
dopo la Visita Pastorale


11 febbraio 2010 XVIII GIORNATA MONDIALE DEL MALATO e PASTORALE ASERVIZIO DEI MALATI


La parola e la benedizione di Don Daniele rivolta agli ammalati e a chi soffre.